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12 DICEMBRE 1969, PER NON DIMENTICARE: INCONTRO CON MATTEO E PAOLO DENDENA

Il 16 novembre 2019, alcune classi quinte del liceo scientifico hanno avuto l’opportunità di incontrare Paolo Dendena, figlio di Pietro Dendena, commerciante agricolo originario di Lodi che perse la vita nell’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969. Con lui, era presente anche il figlio Matteo, che ha accompagnato la testimonianza diretta di quelle tragiche ore fatta dal padre con un interessante excursus in cui ha illustrato la situazione socio-politica dell’Italia degli “Anni di Piombo”, un ventennio drammatico per la storia del nostro Paese, caratterizzato da forti tensioni e contrasti culminati in una serie di stragi e attentati che videro centinaia di vittime innocenti perdere la vita.

COME? QUANDO? DOVE?

Per capire meglio cosa successe quel tragico 12 dicembre e, di conseguenza, la testimonianza di Paolo Dendena, che all’epoca aveva solo dieci anni, è necessario definire la situazione politica italiana di quel periodo. Al termine della Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti intrapresero una politica estera in stretta collaborazione con l’Italia, con due obiettivi fondamentali: aiutare quest’ultima a risollevarsi dalle macerie lasciate dalla guerra, e incrementare l’efficacia dei corpi militari presenti in Europa in modo da prevenire l’avanzata del Comunismo. Nonostante ciò, la Dc ottenne, nel 1948, solo il 48% delle preferenze alle elezioni, generando così una situazione di tensione e il crearsi di alcune formazioni paramilitari anti-comuniste, in contatto con i servizi segreti americani, e di programmi militari e politici volti ad arrestare, in qualunque modo, una possibile avanzata della sinistra. In questo clima di pericolo imminente, la situazione nei decenni successivi degenerò, trasformandosi in un contesto totalmente confuso e contradditorio in cui iniziarono a susseguirsi, proprio a partire dal 12 dicembre 1969, in una lunghissima serie stragi, attentati e atti di violenza intimidatori, che inglobarono tutta la popolazione nazionale, dando vita a quella che verrà in seguito denominata “Strategia della tensione”.

PAOLO DENDENA: STORIA DI UN BAMBINO CHE CHIEDE VERITÀ E GIUSTIZIA

Paolo Dendena, il 12 dicembre 1969, è un bambino di dieci anni che vive con la sua famiglia a Lodi con la madre, la sorella Francesca (17 anni), e il padre, commerciante di bestiame. Quel giorno, il piccolo Paolo viene accompagnato dal papà a casa dei nonni, a Crespiatica, per permettere alla sorella e alla madre di comprargli i giocattoli per santa Lucia, che arriverà nella notte. Il papà Pietro parte trafelato in auto per Milano, per raggiungere la Banca Nazionale dell’Agricoltura (unica banca aperta nel pomeriggio proprio per il mercato agricolo provinciale); arriva in città in ritardo, lascia l’auto al posteggiatore e si avvia in gran fretta in banca. Uno dei tanti feriti dell’attentato ha testimoniato di aver ceduto il proprio posto a sedere a Dendena proprio notando il fiatone causatogli dalla corsa precedente. La bomba esplode alle 16:37, pochi minuti dopo che Pietro aveva notato un’insolita puzza di bruciato. Nello scompiglio generale, la notizia giunge al commando di Lodi, che avvisa immediatamente la famiglia Dendena, affermando che Pietro si trova ricoverato all’ospedale Fatebenefratelli di Milano. È solo dopo essere giunto sul posto in compagnia dei suoi famigliari, in uno scenario definito da lui stesso “peggiore di un film dell’orrore”, che il piccolo Paolo scopre dallo sguardo di un medico la morte del padre, per poi vedere il suo corpo caricato su un carro funebre insieme ad alcune delle 17 vittime totali.

Paolo inizia a domandarsi perché proprio lui sia dovuto rimanere orfano di papà alla vigilia di un giorno così gioioso per tutti i bambini, e non riesce ad accettare l’accaduto né a comprenderne le motivazioni. “Questo episodio mi ha fatto capire come la gente sia cattiva e non abbia interesse per la vita altrui. Seduta a quel tavolo c’era tutta l’Italia, c’erano le vedove e i bambini orfani a causa dello scoppio. È stato un attentato che ha colpito ben più di 17 lavoratori innocenti”. Queste alcune delle parole rivolte a noi da Paolo, che, crescendo, affronta insieme alla sorella Francesca e, successivamente, anche al figlio Matteo un percorso processuale lunghissimo, paradossale, fatto di depistaggi e situazioni misteriose, in cui le vittime “sono prigioniere di una cornice ideale chiamata democrazia, ma in cui il diritto democratico è stato troppe volte surclassato in virtù del segreto di stato, tanto che ancora oggi, a 50 anni dalla strage, noi vittime non abbiamo visto un colpevole designato”. In realtà, il grande ma non ovviamente sufficiente conforto per la famiglia Dendena è il ruolo sociale e civile che essi si sono assunti: nonostante lo spostamento del processo a Catanzaro, città inspiegabilmente ritenuta più sicura e competente allo svolgersi dello stesso, nonostante tutti i kilometri percorsi inutilmente, nonostante la sensazione di aver perso 40 anni di vita a cercare una giustizia mai completamente raggiunta, Paolo, Matteo e Francesca si sono sentiti in dovere di prendersi cura delle nuove generazioni, affinché esse possano usufruire di una giustizia in cui essi hanno sempre, spasmodicamente, disperatamente creduto, nonostante tutte le delusioni patite. Inoltre, è certamente da ammirare il loro rifiuto nei confronti dell’odio e della violenza, sostituito solo da un forte, umano, senso di giustizia, tanto che Francesca Dendena affermò un giorno di “volere qualcuno da poter perdonare”; un forte senso di civiltà, nonostante il loro desiderio di verità sia rimasto pressoché incompiuto: il 3 maggio 2005 è stata messa la parola fine all’infinito processo di Piazza Fontana, con le vittime condannate a pagare le spese processuali. Una situazione certamente paradossale al termine di un percorso giudiziario chiusosi senza colpevoli per via di un cavillo della legislazione italiana. Ma la famiglia Dendena non si sente sconfitta. Continua la sua battaglia civile e politica attraverso incontri nelle scuole, nei comuni, nelle associazioni; giovedì 12 dicembre Raiuno ha trasmesso la docufiction intitolata Io ricordo – Piazza Fontana, dedicata a Francesca Dendena (interpretata da Giovanna Mezzogiorno) e ai suoi ricordi: per la prima volta la strage è stata raccontata dal punto di vista dei parenti delle vittime. Ora, scomparsa Francesca nel 2010, sono Paolo e Matteo a proseguire il cammino. Sono orgogliosi dell’esempio che sono stati e che sono per le nuove generazioni, e hanno raggiunto una delle loro più grandi vittorie: far capire che ci sono state, ci sono e, purtroppo, probabilmente ci saranno forme di terrorismo diverse, di tutti i tipi, ma gravi allo stesso modo. I testimoni che ne hanno vissuto una parte vogliono portare avanti un percorso civico consapevole, passare la memoria alle nuove generazioni che hanno volontà e bisogno di conoscenza. E guardando i ragazzi di oggi, nel cuore della famiglia Dendena risiede una piccola grande vittoria. Ora sta a noi ragazzi ricordare e essere consapevoli di ciò di cui l’uomo è capace, per cercare di prevenire (e curare) questo genere di orrore e terrore.

Tommaso Ferla 5D liceo scientifico

14 dicembre 2019