“RACCHETTI – DA VINCI”: LA PAROLA AL DIRIGENTE CLAUDIO VENTURELLI

A che serve la scuola? «La scuola è un microcosmo dove ci si confronta, dove si cresce e dove si impara a vivere». Questa la risposta del dirigente a tre studenti del liceo classico.

F. Ci interesserebbe sapere che scuola ha frequentato.

Sembrerà una battuta, un paradosso, ma ho frequentato questa scuola, che allora si chiamava solo Liceo Ginnasio Racchetti.

F. Avrebbe mai pensato di diventare il preside della sua scuola?

Assolutamente no. Avevo un’ammirazione per il mio preside dell’epoca, che voi vedete effigiato in quel quadro sulla parete, il professor Palmieri, che poi ha dato nome alla via in cui ci troviamo. Proprio a causa di quest’ammirazione del suo personaggio pensavo che fosse una meta inarrivabile. Volevo insegnare, quello sì.

S. Ci racconterebbe qualche episodio della sua vita scolastica che ricorda con simpatia?                                       

Mi ricordo un episodio in quinta ginnasio, ovvero l’attuale secondo anno, quando durante una lezione di latino – avevamo una professoressa statuaria – una mia compagna di banco di Orzinuovi, molto goffa, ha chiesto di potere andare ai servizi ed è precipitata al suolo in una fragorosa caduta davanti a tutti. Contestualizzata durante un’ora di latino, in cui vigeva silenzio assoluto, fece ridere tutti, meno che la professoressa. Oppure, sempre con la stessa rigidissima insegnante, lo stesso anno, un mio compagno fu interrogato in greco con il libro delle versioni ma solo alla fine dell’interrogazione l’insegnante si accorse che accanto alla versione incollata sulla pagina contigua aveva la traduzione; lui reagì con ingenua naturalezza…, come se nulla fosse. Dovete pensare che queste situazioni, accadute più di quarant’ anni fa, erano davvero straordinarie.

F. cosa preferisce del suo mestiere e quali sono gli aspetti più difficili di essere un dirigente scolastico?

Del mio mestiere preferisco l’aspetto relazionale con gli studenti, cercare di capire le loro esigenze nel limite del possibile, cosa che non è facile. L’aspetto più difficile è gestire le varie persone, i diversi problemi. L’ufficio del “preside” in cui vi trovate è infatti il crogiolo di tutti i problemi del mondo, che si pretenderebbe naturalmente di risolvere anche nel più breve tempo possibile e nel migliore dei modi; l’aspetto più impegnativo è soprattutto affrontare le questioni poste dagli adulti, che spesso incrociano norme, codici e regolamenti da applicare. In sintesi, gli aspetti complessi del mio lavoro sono la risoluzione dei problemi e, soprattutto, conciliare le esigenze di persone che la pensano diversamente. La giornata del dirigente scolastico è un esercizio continuo di problem solving!

S. In che modo, secondo lei, i professori lasciano segni importanti sugli studenti? Le è capitato?                                      

I professori lasciano segni pressocché indelebili sugli studenti, sia in bene che in male. Del resto “insegnare” significa proprio “imprimere un segno”. Poi ciò che i professori lasciano è a molti livelli. Uno può lasciare semplicemente un bel ricordo, uno il metodo di studio magari riconosciuto tardivamente, un altro l’ammirazione che si trasforma in un modello di comportamento, un altro la passione per una disciplina che magari influisce su scelte professionali … oppure al contrario, ahimé, può lasciare un segno negativo, la repulsione per la persona o per la materia per tutta la vita oppure…l’oblìo. Questo perché il rapporto avviene in un momento di crescita importante, tra i quattordici e diciotto anni, l’incidenza che un professore ha nello sviluppo psico-attitudinale è fondamentale, ad ogni livello, non solo a quello didattico. Ci sono anche personaggi incolore, che non lasciano alcun segno. Direi che, in un certo modo, tuttavia, ci si ricorda di tutti.

F. Quali caratteristiche pensa dovrebbe avere un buon preside?

È una domanda difficilissima, bisognerebbe chiederlo a chi istruisce i concorsi per dirigenti scolastici.

Comunque un buon dirigente scolastico, oggi, deve essere il più possibile informato e aggiornato di quello che succede dentro e fuori dalla scuola. E deve essere vicino agli studenti in vari modi. La società è cambiata radicalmente, oggi ci sono motivi di allarme che non c’erano tanti anni fa. Forme striscianti di bullismo, relazioni sempre più difficili tra gli adulti e anche tra gli studenti. Quindi il dirigente scolastico deve essere come Argo, deve avere cento occhi e deve essere sempre vigile e, soprattutto, non fare mai mancare alle persone la sua vicinanza e la sua presenza, costituendo così un sostegno in un momento in cui si ha bisogno di avere dei punti di riferimento (parlo del piccolo mondo della scuola), e possibilmente esemplare.

S. Cosa l’ha spinta ad intraprendere questa carriera?

Mi ha spinto la spinta, scusate il gioco di parole, della mia dirigente scolastica durante gli ultimi anni di insegnamento. Ero vice e collaboravo con la preside Alquati. In quegli anni fu bandito il concorso e la dirigente mi esortò a parteciparvi. In realtà a me piaceva molto insegnare; mi sarebbe piaciuto mantenere la cattedra (insegnavo latino e greco) e le ore di vicepresidenza (per la parte organizzativa che pure non mi dispiaceva). Ma nel nostro sistema non è possibile insegnare e dirigere. Superai il concorso nel 2012. E così dovetti abbandonare, anche se con molto rincrescimento, l’insegnamento.

F. Cosa realmente insegna la scuola al di là degli studi e delle conoscenze?

La scuola è come un microcosmo dove ci sono tutte le dinamiche e i meccanismi, tutte le emozioni che ci sono nella vita fuori di qui. Ognuno porta a scuola il suo vissuto quotidiano dell’ora prima, del giorno prima, degli anni dell’infanzia e della preadolescenza, quindi il suo carattere, i suoi problemi, le sue potenzialità, la sua energia vitale. Qui ci si confronta con adulti, con i coetanei e con un mondo molto variegato. Quindi quando si dice che la scuola prepara alla vita, non si tratta di pronunciare una frase fatta di tanti anni fa; è invece vero, perché qui si impara a vivere. Non a caso la scuola nei documenti ministeriali è detta una comunità educativa e formativa. È un luogo di confronto e di crescita e non solo culturale! Entrate qui quando siete poco più che fanciulli e ne uscite praticamente uomini e donne, giovani adulti, cittadini attivi nella società. È un periodo fondamentale, anche se voi non ve ne accorgete mai. Ve ne accorgete dopo.

S. Pensa che esista un indirizzo più importante degli altri o più difficile?

No. Perché tutti gli indirizzi liceali hanno il loro specifico. Guardando i nostri tre, Liceo Classico, Scientifico e Linguistico, ognuno ha le proprie peculiarità. Io li conosco bene tutti e tre, nonostante conosca in particolar modo il primo avendolo frequentato sia da alunno che da professore, e ci sono affezionato. Ho insegnato sia al Classico che allo Scientifico (anzi la mia carriera di insegnante è iniziata proprio al liceo scientifico!) ma ho avuto il Linguistico anche nella scuola dove sono stato dirigente per un triennio, quindi posso dire di conoscerli bene tutti. Oggettivamente, ognuno ha caratteristiche e difficoltà diverse, ma ognuno prepara eccellentemente al percorso universitario.

F. Molte persone hanno il pregiudizio che il liceo classico sia troppo impegnativo e inutile. Lei cosa ne pensa?

Penso sia un pregiudizio che affonda le radici nella politica culturale e nell’immaginario collettivo di 50, 70 anni fa, quando la scuola superiore per eccellenza era il liceo classico, che formava la classe dirigente. Era una scuola difficile, impegnativa, piuttosto selettiva. Oggi la società si è evoluta, la scuola è cambiata, tuttavia il liceo classico si porta dietro questo retaggio che lo disegna come una scuola dura e, secondo alcuni, poco attuale. Certo, è una scuola impegnativa, il greco ha la sua complessità, però anche la matematica allo Scientifico e il tedesco al linguistico presentano le loro proverbiali difficoltà. Certo, il liceo classico, oltre al greco, ha anche il latino… Il pregiudizio forse deriva dal timore nel parlare ed affrontare materie come latino e greco che sembrano non più attuali, ma lontane, ostiche che quasi intimoriscono. L’idea di doverle studiare quotidianamente altera il giudizio sul tipo di impegno che si deve impiegare che, quindi, sembradiventi eccessivo; ma in realtà è un pregiudizio. Certo al liceo classico bisogna essere motivati, forse più che in altri licei (sottolineo “forse”), ad una connaturata metodicità. Però ripeto, riferendomi ai nostri tre licei, l’impegno è un connotato distintivo. Tuttavia vi dico anche che, se un ragazzo non affronta la scuola con impegno, anche da altri percorsi scolastici ritenuti a torto più facili, poi non otterrà nulla di utile per la sua formazione.

S. È d’accordo con la proposta di ampliare l’obbligo scolastico fino alla maggiore età?

Se viene pensato bene, con percorsi differenziati in base alle diverse esigenze formative, sì. Invece se si costringe ad andare a scuola fino a diciotto anni persone con modalità e percorsi formativi come quelli vigenti diventa difficile. Ci sono ragazzi che, per diversi motivi, desiderano iniziare il lavoro a 16 anni; costringerli ad andare a scuola diventerebbe un insuccesso, si creerebbero nuovi problemi. Quindi o i percorsi vengono rinnovati e resi più accattivanti o, secondo me, diventa controproducente. Dipende dai casi specifici.

Si ricordi che ci sono due obblighi. Quello scolastico “costituzionale”, per il quale si è obbligati a frequentare la scuola fino ai sedici anni, e quello formativo (meno conosciuto e applicato) cui ottemperare entro i 18 col conseguimento di almeno una qualifica professionale.

F. È d’accordo con l’invito del ministro Bussetti a dare meno compiti delle vacanze?

Allora, come dicevano i latini, est modus in rebus. C’è una misura in tutte le cose. Parere mio da genitore, insegnante e dirigente scolastico è che, per esempio, 15 giorni di vacanze di Natale senza un minimo di esercizio non va bene; 15 giorni sovraccarichi di compiti non va affatto bene, perché c’è anche il tempo del riposo, quello dedicato alla famiglia, quello per curare le proprie cose e se stessi. A maggior ragione oggigiorno in cui impegni, interessi da coltivare e distrazioni sono parecchi. Dipende anche dalle famiglie; spesso si va in vacanza anche in inverno, una volta ci si andava solo d’estate. Evidentemente il ministro Bussetti si è pronunciato perché ha notizia di scuole in cui gli insegnanti sovraccaricano gli studenti con compiti impegnativi; penso, ad esempio, anche alle tavole di disegno al liceo scientifico che richiedono molto tempo. Penso a progetti particolarmente impegnativi negli istituti tecnici eccetera. Quindi ben venga che la proposta di Bussetti vengo accolta, ma non distorta e alterata.

S. Che progetti avete per la biblioteca e il rinnovamento delle aule?

Per la biblioteca è stato attivato un progetto triennale che ha come responsabile il professor Donarini. La biblioteca presenta un problema da risolvere alla radice: cioè la ridistribuzione della scaffalatura e soprattutto la rinnovata catalogazione dei libri, anche di quelli acquisiti da poco. Sarà un progetto lungo, triennale, iniziato quest’anno con alcune classi in alternanza scuola-lavoro in collaborazione con la biblioteca di Crema che ha gentilmente inviato un suo impiegato di supporto. Per quanto riguarda le aule bisogna fare una distinzione. Per il rimodernamento siamo a buon punto: tutte le aule hanno la LIM, si tratterà solo di sostituirle e aggiornarle gradualmente in futuro; mentre per il decoro dell’ambiente abbiamo iniziato dal seminterrato con la ritinteggiatura delle aule per renderle pulite e piacevoli. Tra poco inizierà la tinteggiatura dello stabile ex Scientifico, della segreteria e di tutta la parte che si affaccia su via Stazione. Purtroppo la struttura non è nuovissima, ma dobbiamo intervenire lotto per lotto. Io tengo molto al decoro e spero che nel resto mi aiutino gli studenti esercitando il dovuto senso civico. In un triennio dovremmo riuscire a finire tutto.

Francesco Mantovani 1A classico

Sofia Ida Cestari 2A classico

Benedetta Abbiati 2A classico

1 marzo 2019