SERGIO PORRINI: L’UOMO E IL CAMPIONE

La nostra redazione sportiva (Tommaso Ferla, Gabriele Gallo e Matteo Vailati) ha avuto la fortuna di incontrare Sergio Porrini, ex calciatore cresciuto nelle giovanili del Milan per poi passare in un primo momento all’Atalanta, debuttando nel frattempo in Nazionale e, successivamente, alla Juventus. Con la maglia bianconera ha vinto tutto: due Campionati, una Coppa Italia, due Supercoppe Italiane, una Champions League, una Coppa Intercontinentale e una Supercoppa Uefa. Da ricordare anche un’esperienza quadriennale alla corte scozzese dei Glasgow Rangers, anch’essa condita da vittorie in ambito nazionale. Tornato in Italia, Porrini si accasa tra le fila dell’Alessandria, prima di ritirarsi nel 2009 dopo aver militato anche nel Padova e nel Pizzighettone. In questa lunga e piacevole chiacchierata, l’ex campione si racconta fin dai primi passi nel calcio che conta, facendo riaffiorare i suoi più bei ricordi e svelandoci parte dei suoi progetti futuri.


Dopo aver fatto la trafila nelle giovanili del Milan, sei passato all’Atalanta nell’89, debuttando nella massima serie proprio con la casacca bergamasca. Cosa ricordi del tuo esordio?
L’esordio in Serie A è sempre un momento molto emozionante. Per me arrivò in un Cremonese – Atalanta all’inizio del girone di ritorno della stagione 1989/90, e fu molto particolare: nonostante avessi sempre giocato come difensore centrale e talvolta come terzino destro, mister Mondonico mi fece entrare facendo l’esterno di centrocampo. A dispetto del ruolo, totalmente inedito, disputai un’ottima gara e la domenica successiva, in casa contro la grande Sampdoria di Mancini e Toninho Cerezo, partii titolare, segnando anche il gol del momentaneo 2-1 per noi. In cuor mio, ricordo con più piacere quest’ultima partita del vero e proprio esordio, ma devo ammettere che provai grandissime emozioni in entrambe le occasioni.


Nel corso dei quattro anni trascorsi tra le fila della “Dea”, hai anche esordito in Nazionale. Cosa ricordi, invece, del debutto con gli azzurri?
Sono molto orgoglioso di aver fatto parte della nostra Nazionale, seppur solamente per due partite. Mi rammarico del fatto che la mia prima partita, vinta contro Malta, nonostante la larga vittoria ottenuta, non andò come speravo e venni sostituito alla fine del primo tempo. Fui poi chiamato una seconda volta per le qualificazioni al Mondiale del ’94 per la gara contro l’Estonia, e dopo quella partita non ricevetti più alcun segno di vita dall’allora Commissario Tecnico, Arrigo Sacchi. Senza dubbio, al di là dell’immenso orgoglio del vestire la maglia azzurra, l’esordio che ricordo con maggior piacere è quello con l’Atalanta in Serie A.

Dopo delle ottime stagioni disputate in nerazzurro, sei passato in uno dei club più prestigiosi al mondo: la Juventus. Com’è stato il passaggio? Cosa ricordi di quel trasferimento?
Ero ovviamente lusingato dell’interesse da parte di una società così importante. Ricordo, però, che all’epoca c’era sulle mie tracce anche il Milan. Io, da buon milanese cresciuto calcisticamente con la maglia rossonera indosso, spingevo per tornare nel club che mi ha accolto e cresciuto da ragazzo, che era però disposto ad offrire una cifra minore rispetto alla Juve. Dopo settimane di trattative tra Milano, Bergamo e Torino, capii che era proprio la Vecchia Signora quella che maggiormente cedeva in me e quella che stava mettendo sul piatto il progetto più interessante; così, mi convinsi e accettai la proposta. E fu un’ottima scelta.


Una delle domande che sorgono più spontanee, davanti ad un campione del tuo calibro, è quale sia il problema più grande da affrontare per un calciatore che appende gli scarpini al chiodo dopo anni sulla cresta dell’onda. Ci racconti come hai vissuto il ritiro dall’attività agonistica?
Personalmente non ho avuto grossi problemi dopo il ritiro, anche perché ho smesso di giocare ad un’età e in una categoria (la Serie C) in cui ti accorgi di non essere più fisicamente all’altezza. In generale, credo che l’importante sia trovare in fretta la propria strada, anche rimanendo nell’ambito del calcio se si dovesse avere questa volontà. In caso contrario, si rischia di sentire molto la mancanza di certi rapporti e legami che il calcio sa regalare, e la vita dopo il ritiro può diventare molto difficile. Io sono subito diventato allenatore, cambiando modo di vivere il calcio, ma mi diverto e sono felice della mia scelta.


Una delle difficoltà più grandi del giocare (o allenare) a livelli in cui si comincia a giocare un calcio più competitivo, potrebbe essere il coniugare gli impegni sportivi e professionali alla vita famigliare quotidiana. Qual è la giusta ricetta per farlo? Hai mai incontrato difficoltà nella gestione di questi rapporti?
Spesso quando si comincia la carriera da calciatore non si ha ancora a che fare con una famiglia. Già da quando ero alla Juventus, però, ero fidanzato con Barbara (che poi è diventata mia moglie), e ho cominciato a condividere con lei tutte le mie scelte più importanti anche dal punto di vista professionale. Ad esempio, nonostante non approvasse il mio trasferimento a Glasgow, lei decise di appoggiarmi nella mia decisione dopo essersi resa conto che era davvero la cosa migliore da fare per me. Ora ho due figlie, Martina e Lucrezia, e fortunatamente sono sempre riuscito a dedicare del tempo a loro e a mia moglie, anche perché, con il passare degli anni, mi sono accorto che sono le uniche persone che ci sono sempre state e sono sempre presenti nel momento del bisogno, e di cui non posso davvero fare a meno.


Uno dei momenti più belli ed intensi per un calciatore è probabilmente l’ingresso in campo appena prima del match. Cosa si prova entrando sul terreno di gioco? Le emozioni sono sempre le stesse o variano a seconda del calibro della partita?
Personalmente, ricordo che cominciavo a vivere la partita già nel tragitto verso lo stadio. Credo che quello sia un momento di grande concentrazione per tutti, in cui ognuno cerca di pensare solo ed esclusivamente all’imminente impegno. Ovviamente, le emozioni sono molto diverse a seconda della partita che si sta per disputare. Quelle più intense credo di averle provate in una finale di ritorno di Coppa Uefa disputata a San Siro contro il Parma, dopo aver perso l’andata per 1-0. Con lo stadio pieno, il rumore era assordante, e per i primi venti minuti facevo addirittura fatica a reggermi in piedi. Dopo qualche pallone toccato, invece, mi sciolsi e cominciai a giocare come sapevo. Al gol siglato da Vialli, poi, ci fu un boato che non dimenticherò mai più: penso sia quella la partita che ho vissuto e che ricordo più intensamente.


Dopo una lunga carriera da calciatore, ti sei seduto in panchina, cominciando la professione di allenatore: essa è per te un “semplice hobby” o siamo agli albori di un percorso che ti porterà ai massimi livelli del calcio?
Quando ho scelto di diventare allenatore, cercavo qualcosa che mi permettesse di continuare a vivere il campo come quando giocavo, ma che mi consentisse al tempo stesso di vivere la mia famiglia senza costringerla a spostarsi di città in città anche da un anno con l’altro. Ad oggi, voglio solo insegnare a dei ragazzi le emozioni e i concetti calcistici che mi sono stati trasmessi dai grandi allenatori che ho avuto, come Lippi, Sacchi e tanti altri. Purtroppo, tante società sono molto esigenti, pur senza avere una precisa programmazione alle spalle, perciò è molto alto il rischio di essere esonerati dopo pochi mesi e trovarsi costretti a cambiare città e vita. Per questo, oggi alleno una squadra di Serie D per soddisfazione personale, e non aspiro a livelli maggiori.


Oggi (29 Dicembre 2018, ndr) si disputerà l’Old Firm, partita che tu conosci molto bene. Cosa ricordi di questo famoso derby e di come si vive un match come questo tra i tifosi scozzesi?
Quella non è una partita di calcio. Certo, in campo ci sono 22 giocatori che cercano di vincere, ma per i tifosi è uno scontro che va ben oltre: si tratta di una lotta tra Protestantesimo (la tifoseria dei Rangers) e Cattolicesimo (i sostenitori del Celtic). È, per loro, un ricordo di anni in cui questa differenza costava spesso la vita sia agli uni sia agli altri, e forse è per questo che la partita è vissuta in modo così intenso e passionale: si tratta di un senso di appartenenza e di un onore imprescindibili. La cosa da sottolineare è come non ci siano strascichi dopo un match così importante. Si va al pub, si beve una birra in compagnia riconoscendo merito e supremazia dell’avversario: è un bellissimo segno di sportività.


Qual è il tuo ricordo più bello legato ad un’esperienza vissuta all’estero quale, ad esempio, la Coppa Intercontinentale?
Ne scelgo due: il primo, è sicuramente il gol in mezza rovesciata in finale di Supercoppa Europea a Parigi, che spianò la strada verso un 6-1 finale che ci permise di vincere la coppa; il secondo, direi che è il gol a Glasgow in casa contro l’Aberdeen, che quell’anno ci consentì di rimanere in vetta alla classifica e vincere poi il titolo. Un altro ancora, è il gol che ci fece passare il turno in Coppa Uefa a Dortmund raggiungendo la finale, segnato di testa da corner di Baggio. Non ho mai segnato tanti gol, quindi ricordo con enorme piacere tutti quelli che ho fatto.


L’area di rigore è stata per anni il tuo habitat naturale: cosa rappresenta per un difensore questa piccola ma fondamentale porzione del terreno di gioco? Qual è, invece, l’attaccante che ti ha messo più in difficoltà?
Dentro l’area, un difensore si deve sentire forte e deve fare in modo che l’attaccante, al contrario, si senta debole: non bisogna sbagliare nulla, anche perché il rischio di prendere gol è altissimo, quindi la concentrazione deve rimanere altissima per tutti i 90 minuti. L’attaccante più forte che ho visto è sicuramente Marco Van Basten, un mostro: si poteva giocare una partita perfetta e arginarlo per tutta la gara, ma bastava un piccolo errore all’ultimo secondo e lui riusciva a segnare comunque, contro chiunque. Mi ricorda un po’ Icardi, anche lui è uno spaventosamente cinico e sbaglia molto raramente.


Sempre parlando di grandi attaccanti, hai vissuto e condiviso lo spogliatoio con Gianluca Vialli, di cui ultimamente si è parlato molto, sfortunatamente a causa della rivelazione che egli ha fatto nel suo libro: quella di aver cominciato una battaglia non più contro un rabbioso difensore, ma contro una dura e brutta malattia. Ci racconti il Vialli calciatore e il Vialli uomo che ricordi?
Il Vialli calciatore lo conosciamo tutti: un attaccante formidabile ed estremamente professionale, da prendere assolutamente come esempio. Non lasciava mai nulla al caso, era sempre il primo ad arrivare al campo e l’ultimo ad andarsene. Ma ciò che più rimane impresso dopo aver conosciuto Gianluca è la sua naturale indole da leader: un vero trascinatore, sia dal punto di vista sportivo sia dal punto di vista umano. Tuttavia, non si impose mai nello spogliatoio come tale, ed ebbe il grande merito di essere riconosciuto da tutti, anche dai più “vecchi”, come il vero condottiero di quella squadra e di quel gruppo. Era proprio lui quello che creava occasioni per stare insieme e fare gruppo fuori dal campo, e penso che i grandi risultati che la Juventus ha ottenuto in quegli anni siano anche merito dell’uomo che Vialli era ed è tuttora. Colgo l’occasione per salutarlo e fargli un grosso “in bocca al lupo”; sono sicuro che avrà la forza necessaria per superare anche la lotta più difficile ed importante di tutte, questo è il Gianluca che conosco io.


Il territorio cremasco, negli anni, è stata la rampa di lancio per tanti talenti che hanno poi calcato palcoscenici molto importanti: ci lasci un messaggio per i giovani talenti in erba di oggi e di domani?
Il messaggio è molto semplice: è importante che si faccia uno sport per passione e spinti dalla volontà di divertirsi in modo sano. Oggi vedo che tanti ragazzi hanno fretta di diventare calciatori per fama, soldi e successo, senza capire che questo approccio è controproducente. Vorrei vedere più giovani giocare a calcio per la gioia di stare su un campo in erba, e vivere il momento odierno con serenità e tanto entusiasmo, senza pensare a come potrebbe essere, eventualmente, un futuro da calciatore: è così che si va lontano, in caso contrario si rischia di perdersi lungo il cammino, schiacciati dalla pressione.


Tommaso Ferla 4D scientifico

1 marzo 2019